Arriva su Netflix la serie tv italiana Baby

Baby di Netflix, un’occasione mancata?

Su Netflix è finalmente disponibile Baby, nuova produzione originale italiana diretta da Andrea De Sica e scritta dal collettivo di giovanissimi dei GRAMS*, affiancati da Isabella Aguilar e Giacomo Durzi.

storia prende dalla cronaca italiana l’ambientazione dei Parioli romani e racconta la vita adolescenziale dei ragazzi dell’istituto privato Carlo Collodi. I personaggi principali sono Chiara (Benedetta Porcaroli), Ludovica (Alice Pagani) e Damiano (Riccardo Mandolini), ma la serie segue diverse storyline, spesso soffermandosi anche su quelle dei genitori.

Per dar vita alla narrazione, Baby parte da cliché come il ragazzo di borgata che spaccia droga o la figlia perfetta che nasconde un animo ribelle, finalmente libera di esprimere se stessa grazie alla ragazza-scandalo della scuola. E non c’è niente di male, ma è lo sviluppo dei personaggi e della trama a non funzionare. Insomma, se speravate di essere di fronte a un nuovo successo italiano all’estero sulla scia di Gomorra e Suburra, dovrete ricredervi.

Prodotta da Fabula Pictures, la serie di sei puntate è interpretata, tra gli altri, da Isabella Ferrari, Claudia Pandolfi, Mirko Trovato, Brando Pacitto, Chabeli Sastre Gonzalez e Paolo Calabresi.  Una partenza certamente interessante quella di Baby con le prime due puntate che mettono sul tavolo tutte le carte di un prodotto che sembrava vincente sin dall’inizio: inquietudine adolescenziale, attrazione per il proibito, prostituzione, genitori assenti e infantili, nette distinzioni sociali.

La serie racconta le vicende di Chiara, Ludovica, Camilla, Damiano, Fabio e Niccolò, figli della Roma bene, annichiliti da smartphone, noia e bullismo. Alla ricerca di attenzioni e amore, i protagonisti inevitabilmente credono di trovarli prendendo delle strade sbagliate e pericolose.  Chiarito sin dall’inizio dagli sceneggiatori che la serie non sarebbe stata una cronaca puntuale dei fatti veramente accaduti, si rivela, però, essere poco  interessante e intrigante, ben lontano dallo spaccato di una gioventù estrema, dal viaggio nel baratro dell’anima dei protagonisti come l’ottimo preludio lasciava intendere.

Dal terzo episodio in poi, nel momento in cui il corposo tema doveva essere sviluppato in maniera approfondita, si assiste a un semplice e scomposto teen-drama che si esaurisce senza lasciare il segno.

Dialoghi stucchevoli e forzati, situazioni stereotipate – le belle, ricche, viziate ragazze “parioline”, i ragazzi futuri dirigenti superficiali e crudeli, quelli delle periferie contro il sistema e convinti di non avere un futuro – e dinamiche che vengono solo accennate. L’immersione di Chiara e Ludovica nel mondo della prostituzione si esaurisce in poche scene e senza un vero e proprio approfondimento psicologico che spieghi le ragioni profonde di una scelta così estrema.

Il passaggio dai fatti al pentimento è talmente repentino da non suscitare nessuna emozione. Così, invece di un prodotto provocatorio che raccontasse senza filtri una realtà scomoda e disturbante, ci troviamo di fronte ai soliti drammi adolescenziali, di amori non corrisposti, piccole vendette e superficialità giovanile.

 

Giuseppe Calabrese per Accademia Artisti